Due scene, stessa Repubblica.
Nella prima, qualcuno a Serravalle cerca su Amazon un pezzo di ricambio. Scrive l'indirizzo di casa, sceglie San Marino come Paese di consegna, e l'ordine non si può fare. Dal febbraio 2023 Amazon non accetta ordini con consegna a San Marino. Ufficialmente, qui non consegna dal dicembre 2014.
Nella seconda, un laboratorio artigiano di Borgo Maggiore vuole vendere i suoi prodotti sullo stesso marketplace. Apre la registrazione, cerca il Paese della sede, e San Marino non c'è. Per vendere deve avere sede in un Paese ammesso, di solito l'Italia, oppure appoggiarsi a una società estera.
Del pacco che non arriva si parla da anni. Del venditore che non esiste, molto meno. Eppure è il secondo a pesare di più su chi lavora: il primo è un disagio per chi compra, il secondo è fatturato che un'impresa sammarinese non può fare con il proprio nome.
Questa scheda mette in fila quattro strozzature, con le fonti: le consegne, i venditori, i pagamenti, le fatture. Poi le misure, con i tempi.
Figura 1La scheda
- Consegne a San Marino
- ordini non accettati
- Sede del venditore a San Marino
- non in elenco
- Incassi online
- strumenti in meno
- Commissioni sulle carte
- fuori dal tetto europeo
- La soluzione
- entro 12 mesi dal primo giorno di governo
1. Le consegne: una pratica aperta dal 2014
- Dicembre 2014. Dopo il sequestro di merce entrata senza imposte, Amazon smette ufficialmente di consegnare a San Marino.
- Gli anni seguenti. I residenti continuano a ricevere i pacchi indicando l'Italia come Paese di destinazione.
- Febbraio 2023. Amazon dichiara in modo esplicito che non si possono fare ordini con consegna a San Marino. Quegli ordini restano congelati.
- Agosto 2026. Il governo lavora con Poste San Marino per riattivare le consegne «nel medio periodo».
Il lavoro avviato con Poste San Marino va nella direzione giusta, e lo riconosciamo volentieri. Aggiungiamo due cose. La prima: «medio periodo» non è una data. Una pratica aperta, ufficialmente, da quasi dodici anni merita una scadenza scritta. La seconda: le consegne sono metà del problema. L'altra metà è chi vende.
2. I venditori: il Paese che manca dall'elenco
Amazon pubblica l'elenco dei Paesi da cui accetta la registrazione dei venditori, e San Marino non c'è. È la scena del laboratorio di Borgo Maggiore, e vale per qualunque impresa con sede qui.
Tradotto: per vendere su Amazon, un'impresa sammarinese deve prima diventare un po' meno sammarinese, con una sede in un Paese ammesso o una società estera di appoggio. Vuol dire un costo in più, adempimenti in più, e vendite che si registrano altrove.
Il paradosso ha una data. Il 16 dicembre 1991, a Bruxelles, San Marino ha firmato con la Comunità economica europea un accordo di cooperazione e di unione doganale. L'unione doganale si applica dal 1° dicembre 1992, con un accordo interinale, e l'accordo completo è in vigore dal 1° aprile 2002. Quasi trentacinque anni dopo quella firma, per il marketplace di Amazon la Repubblica non è un Paese da cui ci si possa registrare come venditori.
Per questo le consegne da sole non bastano. Proponiamo un memorandum operativo con Amazon e con gli altri marketplace, che chiuda la pratica entro dodici mesi con due risultati: consegne di nuovo attive e imprese sammarinesi abilitate a vendere come venditori sammarinesi.
3. I pagamenti: tre problemi diversi
Stripe. Non è disponibile per le imprese con sede a San Marino. Lo è per quelle con sede in Italia, in Liechtenstein, a Malta e a Gibilterra. La dimensione, quindi, non spiega l'esclusione: nell'elenco ci sono anche Stati e territori piccoli. Per chi apre un negozio online vuol dire uno strumento di incasso in meno, e una ragione in più per aprire una società altrove.
PayPal. Per anni gli operatori sammarinesi hanno segnalato dei limiti, per esempio l'impossibilità di prelevare su conti sammarinesi: le segnalazioni che abbiamo trovato vanno dal 2014 al 2020. Oggi il quadro non è chiaro, e lo scriviamo così: un dubbio dichiarato vale più di una certezza inventata.
Le carte nei negozi. Nel 2019 e nel 2020 gli esercenti e l'Unione Sammarinese Commercio e Turismo (USC) hanno denunciato forti aumenti delle commissioni sulle carte. In Europa esiste un tetto alle commissioni interbancarie, fissato dal regolamento (UE) 2015/751. Ma si applica solo quando i prestatori dei servizi di pagamento di chi paga e di chi incassa si trovano entrambi nell'Unione, e non è tra le norme che San Marino deve recepire con l'Accordo monetario. Tradotto: il tetto europeo non copre i negozi sammarinesi.
Tre problemi diversi, tre risposte diverse. Sui servizi di pagamento internazionali, da PayPal a Stripe, serve pressione politica e regolamentare per il pieno riconoscimento dei conti sammarinesi. Sulle carte proponiamo una riduzione obbligatoria delle commissioni POS attraverso accordi con i circuiti internazionali: la misura sta nella proposta sulle banche. E sulla fiducia, che sta sotto entrambe, proponiamo di firmare entro sei mesi il memorandum sulla vigilanza con la Banca d'Italia, dopo il programma di cooperazione tecnica avviato nel 2025. La nostra lettura è semplice: chi decide se servire i conti di un Paese guarda anche a come quel Paese vigila, e una collaborazione scritta con la Banca d'Italia è un argomento in più sul tavolo. I dettagli sono nell'analisi Tre crisi bancarie, una domanda.
4. Le fatture: il problema senza cifra
La fattura elettronica tra Italia e San Marino funziona. Nel manifesto, però, scriviamo che resta più complicata di quanto dovrebbe essere tra due economie così legate. Quanti clienti si perdano per questo non lo misura nessuna statistica, e non ne inventiamo una: se vi è capitato, raccontatecelo.
La misura è questa: un tavolo tecnico con l'Agenzia delle Entrate e l'Ufficio Tributario per un'integrazione vera, non burocratica. L'obiettivo si dice in una riga: fatturare oltre confine non deve più essere una ragione per scegliere un altro fornitore.
Le misure, con i tempi
- Marketplace, entro dodici mesi: memorandum operativo con Amazon e con gli altri marketplace, per riportare le consegne e abilitare le imprese sammarinesi a vendere come venditori sammarinesi.
- Banca d'Italia, entro sei mesi: dopo il programma di cooperazione tecnica avviato nel 2025, firma del memorandum sulla vigilanza.
- Fattura elettronica: tavolo tecnico con Agenzia delle Entrate e Ufficio Tributario per un'integrazione vera, non burocratica.
- Servizi di pagamento online: pressione politica e regolamentare su PayPal, Stripe e gli altri, per il pieno riconoscimento dei conti sammarinesi.
- Commissioni sulle carte: riduzione obbligatoria delle commissioni POS attraverso accordi con i circuiti internazionali, dalla proposta sulle banche.
I tempi si contano dal giorno in cui avremo la responsabilità di governare.
L'obiezione dei negozi
«Aprire ad Amazon uccide i negozi.»
Chi entra in una bottega lo fa per un consiglio, per provare, per un rapporto di fiducia, e continuerà a farlo. E chi vuole comprare online trova il modo: per anni i residenti hanno indicato l'Italia come Paese di consegna pur di ricevere i pacchi. La spesa online non è un'ipotesi da scongiurare. Esiste, e oggi passa dall'altra parte del confine.
C'è poi un pezzo che l'obiezione dimentica. La stessa porta che fa entrare i pacchi fa uscire i prodotti. Aprire significa permettere ai commercianti sammarinesi di vendere anche fuori confine, con il proprio nome. Chi ha un negozio ha ragione a temere la concorrenza. Ha meno ragione a volere chiusa la porta da cui potrebbe uscire anche lui.
Oggi la porta è aperta in una sola direzione: quella da cui la spesa esce.
Quello che non sappiamo ancora
Quante imprese sammarinesi vendono online attraverso una società con sede fuori confine? Quanto fatturato registrano altrove? Non abbiamo trovato una fonte pubblica che lo dica. È il numero che servirebbe per misurare il costo vero di questa esclusione, ed è il primo che vorremmo vedere pubblicato.
Avete un negozio online, un'impresa che vende oltre confine o un conto che un servizio di pagamento non riconosce? Raccontateci il vostro caso: sono i dati che mancano a questa scheda. Scriveteci.

